Ci sono 5 emozioni definite innate e universali. Si
definiscono universali perché sono riconosciute e riconoscibili in tutte le
popolazioni del globo terrestre e sono innate perché presenti nell’essere umano
già in fase prenatale.
Sono RABBIA, TRISTEZZA, GIOIA, PAURA E SORPRESA (declinata
nel disgusto o disprezzo, qualora la sorpresa risulti sgradevole).
Nelle prossime settimane impareremo a riconoscerle, comprenderle
e valorizzarle sul volto e nelle espressioni dei nostri bambini…
È importante prestare attenzione ad alcuni elementi che ci
porranno nella giusta prospettiva prima di iniziare ad approfondire le singole
emozioni:
Sappiamo osservare
i nostri bimbi?
È importante imparare ad osservarli nelle loro reazioni, nei
loro comportamenti, nel modo in cui giocano, nel modo in cui si rapportano ai
loro pari o ad altri adulti. L’osservazione è fondamentale per conoscerli e
comprenderli.
Sappiamo porci nei loro confronti in ascolto empatico?
Un ascolto empatico significa imparare ad ascoltare con
tutti i sensi, imparando e leggere tra le righe dei loro comportamenti e delle
loro parole. Significa comprendere il loro stato d’animo, imparare a guardare
la situazione dal loro punto di vista con le domande appropriate e il giusto
atteggiamento.
Insegneremo loro a dare
un nome alle loro emozioni. Attraverso giochi, disegni o letture impareremo
insieme a loro a distinguere la rabbia dalla tristezza, la sorpresa dalla
gioia. Attraverso il nostro esempio impareranno che si può parlare delle
emozioni, che si può essere arrabbiati, tristi o impauriti, che le emozioni si
possono esprimere e come farlo.
Aiutare i bambini a sviluppare la loro intelligenza emotiva
è un grande dono che i genitori possono dare, è un processo che inizia già dal
pancione della mamma e non si conclude fino all’età adulta. Le emozioni
cambieranno nel corso della loro crescita, cambierà il modo in cui le
esprimeranno, ma avranno sempre bisogno di parlarne e condividerle in una
relazione empatica, sana e amorevole.
Tra le tematiche che più mi capita di incontrare, quando
incontro le coppie genitoriali dei piccoli pazienti, di sicuro la più
controversa riguarda i compiti a casa.
C’è chi aiuta i bambini sedendosi accanto e svolgendo i
compiti insieme a loro parola per parola, numero per numero, con tanto di
interrogazione e verifica serale.
C’è chi ha deciso che devono cavarsela da soli, senza se e
senza ma, perché solo così impareranno.
C’è chi decide che le insegnanti diano pochi compiti o
troppi compiti, perciò usano il libero arbitrio anche nell’educazione
scolastica del proprio figlio.
Tutti questi casi hanno un denominatore comune: fare i
compiti a casa è uno strazio tanto per i figli quanto per i genitori.
ORA… DUE PICCOLE PRECISAZIONI:
La prima: Nessuno,
ma proprio nessuno, ha mai detto che i compiti a casa devono essere divertenti,
o facili, o piacevoli. Così come noi adulti non sempre troviamo piacevole o
divertente o facile il nostro lavoro, i ragazzi possono trovare noiose delle
materie, difficili altre materie o più gratificanti altre attività…
È SANO, FISIOLOGICO E GIUSTO…
I compiti insegnano anche questo: c’è bisogno di Impegno,
Costanza, Fiducia per ottenere dei risultati, per crescere e per sentirsi
appagati e gratificati. Non mentiamo ai nostri figli, chiedendogli di fare i
compiti con gioia, o dicendo che la nuova ricerca di storia è avvincente e
stupenda, ci arriverà da grande, proprio come avete fatto voi…
La seconda:
Occorre “La giusta distanza”. Mai come in questa frase assume più senso.
Occorre permettere al bambino di sentirsi capace di “fare da solo” , superando
anche delle difficoltà; ma è anche necessario che il genitore sia presente,
magari nella stanza accanto, magari ritagliandosi uno spazio dopo cena… una
presenza discreta, ma che rappresenta per il bambino una base sicura, a cui
poter chiedere come affrontare un compito, non come farlo… Il genitore potrà
aiutarlo a recuperare del materiale, o a comprendere cosa non ha capito per
permettergli di porre le giuste domande, potrà incoraggiarlo, permettergli una
pausa rigenerante, concordare orari e gratificazioni. Vostro figlio si sentirà
sostenuto, accompagnato, ma scoprirà di saper fare, di riuscire… la sua
soddisfazione saprà ripagarvi di tutte le volte che l’avrete sentito sbuffare.
ALCUNE PICCOLE ISTRUZIONI PER L’USO:
Create insieme al bambino/ragazzo uno spazio che
sia bello, luminoso, confortevole per poter svolgere i compiti in tranquillità.
Non occorre che sia nella sua stanza, ma deve essere uno spazio solo suo, e
deve essere curato e funzionale. Alla fine dei compiti va messo a posto il
materiale e riordinato i libri e i quaderni.
Siate presenze discrete e di sostegno: una buona
merenda per spezzare un tempo lungo sui libri portata da mamma, papà o nonna o
tata può essere un buon carburante per continuare con più motivazione.
Rassicuratelo, si può non saper svolgere un
compito, è importante comprendere perché e come poter rimediare. La prossima
volta andrà meglio.
I contenuti multimediali, internet e i social
erano una novità per noi della generazione passata, perciò ci piaceva cercare
contenuti e approfondimenti su internet. Per loro è la norma! Provate a
portarlo in biblioteca già da quando è piccolo, fategli scoprire musei, strade
sconosciute della vostra città… la ricerca sul campo è una novità per questa
generazione e perciò è molto più accattivante!
Gratificatelo, lodatelo per i successi….
Ultima,
ma forse la più importante, lodate e
gratificate il suo impegno anche quando ha un insuccesso.
L’AMORE
DEI GENITORI NON E’ NEGOZIABILE:
IL
BAMBINO DEVE ESSERE SICURO DI ESSERE AMATO SENZA SE E SENZA MA… anche se ha
preso un brutto voto!
Non so se avete mai raccontato ai vostri bambini del viaggio
di Dorothy nel Paese di Oz, lungo una strada di mattoni gialli, in compagnia di
uno spaventapasseri che cercava un cervello, un taglialegna di latta che
cercava un cuore e un leone che cercava coraggio…
Se vi siete mai chiesti cos’é un percorso psicoterapeutico per un bambino, potreste pensare proprio a questa storia.
Ci sono bambini che usano solo la loro parte razionale, proprio come l’uomo di latta della storia, sembrano
avere un’armatura rigida con cui camminano nel mondo. Per certi genitori può
sembrare difficile entrare in un vero contatto con il proprio figlio: con
questi bambini non basta un abbraccio per risolvere un capriccio, e da
adolescenti dibattono su tutto, portando i genitori quasi allo sfinimento. Qual
è il problema dell’uomo di latta nella storia? A volte si blocca, a volte non
riesce ad affrontare degli eventi particolari in cui servirebbe un po’ meno
rigidità, servirebbe un po’ di empatia e di emotività.
Ci sono bambini che sembrano pervasi dalle emozioni: sono tanto tristi o tanto
arrabbiati a volte tanto euforici… sembra che l’emozione che provano in quel
momento offuschi la loro mente e non gli permetta di percepire più nulla e
nessuno. Proprio come lo spaventapasseri
sono inconsolabili quando piangono, e sono incontrollabili quando si
arrabbiano. Può essere complicato ritrovare un equilibrio in certi momenti, con
questi bambini non basta spiegare cosa sta accadendo per ridimensionare la
risposta emotiva. Stanno provando quell’emozione al massimo dell’espressione
possibile, non riescono a modularla e a governarla. E in adolescenza le
emozioni sono ancora più potenti.
Altri bambini sembrano governati dalla paura che blocca ogni loro passo verso la leggerezza della loro età.
Proprio come il leone della storia,
appaiono goffi e impacciati. A volte i genitori non comprendono quanto la paura
sia irrazionale ma reale. Spronano i bambini a superare la paura senza passare
per il necessario passaggio della rassicurazione.
“I bambini imparano ciò che vivono”…
… se hanno sviluppato la parte più razionale è perché sono vissuti in un mondo in cui era necessario mostrarsi intelligenti, nascondere la parte emotiva che li avrebbe resi fragili e vulnerabili. Hanno imparato a non sentire perché era la miglior strategia di sopravvivenza possibile. Pian piano hanno pensato di non avere un cuore…
Se hanno trascurato la parte razionale è perché è stato chiaro
da subito che non era necessario pensare. C’era qualcun altro che pensava al
loro posto, che decideva cosa era meglio per loro. Ma era indispensabile
sentire, empatizzare, percepire le emozioni e i sentimenti degli altri prima
ancora che fossero visibili ai più. Pian piano hanno sentito di non avere il
cervello…
Se è stato insegnato loro che il mondo era un posto
pericoloso e che nessuno, nemmeno gli adulti, poteva far fronte a tale paura, o
se hanno vissuto nell’insicurezza, senza una rete di sicurezza che gli
permettesse di sperimentare, esplorare, vivere, probabilmente sono nel mondo
con quell’incertezza e quell’insicurezza che contraddistingue il leone codardo…
Cosa fa in questo caso uno psicoterapeuta?
Accompagna i bambini, proprio come Dorothy, in un viaggio,
lungo una strada di mattoni gialli, un percorso lungo il quale vengono
valorizzati quei gesti, quegli episodi che permettono al bambino di riscoprire
quelle qualità che già possiedono, ma che non sono state sempre permesse.
Dorothy accoglie la paura del leone, lo rassicura, e lo
sostiene permettendogli di superarla e di riscoprire il coraggio che già
possiede. L’uomo di latta possiede già la capacità di amare ed essere amato e
questo fa di lui un personaggio dal grande cuore. Così lo spaventapasseri può
liberarsi dall’etichetta che condiziona gran parte del suo sentire e può
fidarsi delle sue idee, scoprendo di possedere un cervello.
Questo è quello che accade durante una psicoterapia con un
bambino o con un adolescente… In questo percorso vengono coinvolti tutti gli
altri coprotagonisti, come la famiglia o la scuola, per abbandonare quel Mondo
di Oz, fatto di etichette, di rigidità, di poca intimità, per tornare davvero a
casa…
Non è un percorso libero da streghe cattive, papaveri
avvelenati e maghi cialtroni, ma insieme è possibile!